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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


17 giugno 2014

Il brand

Mario Adinolfi ha parlato, giorni fa, di un riuscito scambio tra simbolismo e politica. Ai post comunisti i simboli (PSE, Unità, Berlinguer, ecc.) a Renzi la manovra politica e il potere di decidere. Come dire, mentre quelli si contentano di un ‘brand’, un guscio vuoto, spolpato dalla storia, tu prenditi quello che conta, ossia l’agibilità politica, e lascia a chi è stato travolto un marchio di fabbrica, che è solo una zattera cui ingenuamente aggrapparsi nella tempesta di questi anni difficili. C’è del vero, purtroppo. Anche in politica c’è chi sventola bandiere e chi fa il corpo a corpo, chi si aggrappa ai vessilli e chi, invece, mena davvero le mani. Viene la tristezza a pensare che possa essere davvero così. Che, dopo decenni, di battaglie, sacrifici, scontri, ideali messi storicamente alla prova, qualcuno possa ritenere che ci basti un orsacchiotto di pelouche per tenerci buoni (e magari pure una presidenza dell’assemblea nazionale). Per questo sono quasi indignato, per almeno due motivi. Il primo, che ci considerino non solo degli “sconfitti”, ma anche dei bambini da consolare o raggirare, fate voi. Il secondo, che ‘Unità’, ‘socialismo’, ‘Festa dell’Unità’, siano oramai considerati dei semplici brand (come spiega il premier), dei marchi politico-commerciali, delle targhette adesive da appiccicare su un involucro di cui pochi conoscono il vero contenuto. E siano ridotti a pure componenti merceologiche della cosiddetta politica nuova.

Questa riduzione, questa tremenda enfasi sul brand, sull’idea che i simboli politici siano brand, non è una cosa che possa passare inosservata. Già ci stanno rifilando dei simboli al posto della cosa politica; per di più ce li restituiscono in forma di brand commerciale. Una doppia sòla, insomma. La brandizzazione del simbolo comporta, peraltro, delle conseguenze che andrebbero davvero valutate. Prima tra tutte, la modificazioni della cosa stessa: la politica, il partito. Perché il marchio si fonde con la merce, diventano un'unica cosa: quello che gli esperti chiamano ‘oggettile’. Il marchio ‘PD’ diventa tout court il PD, così come il marchio Dash diventa senza residui il detersivo Dash. Non si compra più quella concretissima merce, ma le suggestioni, le affettività, l’empatizzazione e il posizionamento del marchio. Che il detersivo deterga davvero e come, poco importa. Il detersivo entra nel mondo sognante e affabulatore del marchio, si trasforma in brand pur essendo cosa, oggetto, merce. Tutti i caratteri fisici, merceologici, le sue componenti chimiche, evaporano, si simbolizzano, entrano nel medesimo campo affettivo del brand che le marchia. E questo vale anche per il partito. Per Renzi stesso in persona.

Il marchio simbolico prende corpo, il prodotto si simbolizza, ed entrambi si fondono nell’oggettile. Entrambi vanno ad occupare una fertile terra di nessuno, un limbo nel quale agiscono soltanto le leggi ferree del marketing e della comunicazione mediale. Non c’è più un oggetto fisico, tantomeno è rinvenibile un soggetto, se non nella figura del consumatore-elettore. Un partito che non è più soggetto agisce nel mondo reale solo indirettamente, ma si muove in quello dei simboli e nel campo dei media. Più che un partito liquido, direi un partito digitale. Pura coscienza di sé, senza più inutili ramificazioni sociali, o nei quartieri, a cospetto dei cittadini in carne e ossa. Tempo perso a tutti gli effetti, perché si fa prima a riposizionare il marchio che a muovere le truppe dei militanti. Una specie di risiko digitale, al posto di quello reale. Un continuo far leva sul marchio, sulle ‘storie’, su dettagli mediatici. Ecco lo storytelling. Che non è un semplice ‘raccontare storie’, ma è far leva sugli schemi narrativi che infarciscono la nostra memoria, la nostra percezione e la quotidiana capacità di comprensione, è un modo per ‘penetrare’ nell’affettività degli elettori dalla porta laterale delle emozioni, piuttosto che da quella centrale della politica-politica. Un modo per scantonare le spiegazioni logiche, le ponderose relazioni, i lunghi programmi di governo, le spiegazioni di merito. Un modo per accedere presso la percezione delle persone senza annoiarle con i contenuti della politica, ma solo facendo leva sulla potenza di fuoco dell’advertising (anzi, dell’advertinement, visto che le storie divertono o fanno piangere, ma fanno comunque spettacolo, rapiscono gli elettori).

Cosa resta della politica, quando i nostri simboli più puri diventano dei brand (e magari ce li restituiscono al posto della politica-politica, che non scompare di certo ma resta ben salda in mano altrui)? Mentre prima un po’ di ideologia bastava a governare i tanti ideali che sgorgavano dal cuore, oggi serve un grande apparato mediatico-comunicativo, serve conoscere le leggi del mercato e della promozione commerciale, serve maneggiare la tecnica pubblicitaria. Lo sanno talmente bene un po’ tutti, che la ritirata della politica dalla società è davvero vasta e imponente: un giorno forse scopriremo che pure Renzi non esiste, ma è solo un sembiante, una cosa così, un uomo digitale che ha indovinato la strategia di marketing appropriata per il pubblico appropriato. E ha vinto, anzi stravinto, e con lui tutti gli altri sembianti digitali, compresi quelli che ancora evocano il comunismo del novecento. Uno scenario apocalittico, certo. Ma quel giorno, se ci sarà, saremmo tutti meno liberi. E meno reali.


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permalink | inviato da L_Antonio il 17/6/2014 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 novembre 2013

Il leader spompo

           

Dite quel che volete sull’uomo. Ma l’intervista a Velardi su Italia Oggi è interessante. Non vuol dire che sia d’accordo con lui, vuol dire che coglie temi reali e lo fa in modo stimolante. Due in particolare. Laddove dice che Renzi appare ondivago, perché prende posizione ex post, mai durante la pugna. Fa il caso della Cancellieri. Dice Velardi che il leader forte non teme di prendere posizione, non si appiattisce “su quello che la gente ha più piacere di sentirsi dire in questo momento”. Velardi non lo accenna, ma il vizietto del leader debole è proprio quello di leggere prima i sondaggi e poi dichiarare, magari smentendo altre prese di posizione (tanto chi se le ricorda, no?). Ecco l’appiattimento. Un vizietto che compare a un certo punto, quando l’outsider diventa il favorito, e sente su di sé un peso più forte di quanto non ne percepisse da ragazzetto che la spara grossa, che attacca i grandi per comparire comunque, che vuole ‘rottamare’ e che ora invece fa lui la corsa, è lui la lepre, e tutto diventa difficile perché senti gli altri che ti rincorrono e sono finiti i bonus ‘novità’, ‘simpatia’ o ‘sfacciataggine’. Non è colpa del solo Renzi, ovviamente. È la politica-marketing, la comunicazione-politica, sono i sondaggi ad ammosciare i leader, a spomparli, a trasformarli in posa piano dediti alla tattica giornaliera, al contropiede con la stampa, all’ossessione dell’opinione pubblica. Un’opinione pubblica non si sa se reale. Al codismo, insomma. E Renzi non è da meno.

Secondo punto. Velardi torna sul concetto di comunità di partito. Dice che Cuperlo ha alzato la bandiera della comunità ma sbaglia a farlo, perché questo partito, il PD, non lo è affatto. E anzi, dice Velardi, bisognerebbe rileggere Claudio Martelli quando diceva di volere il partito degli elettori, non degli iscritti, perché è l’iscrizione il vero dramma, sono i pacchetti di tessere, il sottopotere costruito all’ombra della micro organizzazione locale. Ecco il luogo comune, il pigro luogo comune. Qui si ribalta esattamente il tema! Si dice che la colpa è degli iscritti, mentre gli elettori sono dei santi in cielo. Quando invece (E’ SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI) il problema sono proprio i non-iscritti (e chissà se elettori) che in taluni casi si sono precipitati in massa a invadere i circoli per fare un’OPA. È dalla presunta società civile che monta l’incursione. È l’idea del partito-aperto che produce l’assalto ai forni. Non quello della comunità. Nel PCI, un partito comunità, questo NON AVVENIVA. L’ingresso nella sezione era libero per tutti, ma l’iscrizione era una vera iscrizione, un’adesione, come si diceva allora, con tutti i crismi partecipativi. Il partito degli elettori è invece un misero brigantino di avventurieri, che fa l’assalto alla nave di Palazzo Chigi. Il partito comunità di Cuperlo (che non credo voglia fotografare la situazione attuale del PD) un po’ già c’è e un po’ va costruito, come partito di aderenti effettivi che, costruita la base della propria solidità organizzativa, guarda alla società attorno con curiosità e attenzione vera, non solo elettorale o di mera esibizione di potere. Il partito comunità dura di più del confronto elettorale. La nave brigantino del partito degli elettori, e dei corsari che la guidano, viene invece gettata via dopo l’assalto, non appena il galeone di governo è conquistato. Anzi, si sappia, che essa viene gettata via comunque, nella buona e nella cattiva sorte. Vinto o perso. E se vince Renzi, perciò, ve lo anticipo, preparate in ogni caso i salvagente. Ci sarà da nuotare.


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15 maggio 2013

La linea di galleggiamento

 

Finita la fiammata elettorale, quando ci si sente tutti in vena di fare promesse e assicurare nuove speranze, riecco la dura legge della realtà. Sintetizzabile nel celebre detto: non c’è un soldo pubblico, bambola. Le parole preoccupate di Epifani e Letta non lasciano dubbi in proposito. La coperta è tornata stretta ed è riemerso il sangue-sudore-lacrime dell’ordinaria amministrazione, dopo le audaci e seducenti proposte di marketing della campagna elettorale. E allora. Ditemi che nesso c’è tra le magnifiche sorti e progressive raccontate dalla comunicazione-politica e il breviario quotidiano dei sacrifici, del rigore, dell’austerità, dei conti che non tornano, della polvere nascosta sotto il tappeto, dei soldi che non ci stanno nemmeno a stamparli, della CIG che non è finanziata, degli esodati che stiamo punto a capo, dell’IMU che per cancellarla ai ricchi proprietari delle prime case siamo costretti a tagliare servizi a qualche disagiato in affitto a nero. Ecco, questa è la tragedia della politica, la scissione profonda tra la musichetta, i frizzi e i lazzi dei media e della campagne, e il testo vero, drammatico della canzone, che in campagna elettorale si fischietta appena e poi, a urne chiuse, si deve cantare a squarciagola, pronunciando le parole effettive, quelle che prima non avrebbero attratto granché alcun genere di elettorato.

Questa scissione è il dilemma vero: i media e il marketing da una parte, il governo effettivo della cosa pubblica dall’altra. Una scissione che produce un contrasto tremendo, e che segna non solo la fine del povero politico che dovrà acconciarsi a governare dopo i fuochi pirotecnici elettorali, ma soprattutto della politica-politica, ridotta a barzelletta, soffocata dalla comunicazione, dal marketing e dai media. E dall’antipolitica moderna, che nasce TUTTA e senza residui sull’effetto mediatico, sulla capacità della TV e della rete di irretire milioni di persone. La politica ovviamente non è una santarellina, per molte e note ragioni, ma soprattutto perché ha affidato per intero il proprio destino ai media, se n’è fatta forte, ha riscosso successi, ma ha evocato poteri e scoperchiato un vaso di Pandora oggi ingovernabile. È un fatto che una campagna mediatica ben azzeccata conta più del suffragio universale e del meccanismo reale di voto. Si sta realizzando, in fondo, la profezia filosofica della Tecnica quale assoluta dominatrice, dei poteri specialistici oltre e sopra la politica, della sfera pubblica interamente preda dei poteri privati (finanza, marketing, media). I partiti? Dei poveracci, credetemi, dinanzi alla bolgia mediatica in cui operano oggi. Gente che ha studiato economia negli Stati Uniti e che adesso rincorre l’elettorato virtuale a colpi di twitter! Credetemi, una vera tristezza. Così come fa malinconia il personale politico alle prese con lo smartphone anche sui banchi del governo e in diretta tv. Io credo che anche De Gasperi, anche Togliatti, anche Nenni, sarebbero stati schiacciati da facebook. Ve lo immaginate il Migliore, che scriveva con la penna verde, alle prese coi 140 caratteri? Tsk! Solo una politica liquida, post-fordista, frammentata, personalistica, mediatica, di mero galleggiamento (e quindi fondamentalmente inutile ad affrontare la realtà pubblica) può sopravvivere ai ‘mi piace’ e alle cazzate che circolano in rete senza più alcun genere di controllo. Dove ormai sono più i fake che gli utenti reali o i cittadini comuni. Insomma, abbiamo sbracato su tutta la linea. E mo’ so’ cavoli.

Nella foto, il segretario del PD liquido mentre legge l'Unità


5 febbraio 2013

I sondaggisti

I sondaggisti erano scienziati sociali. Oggi sono una sorta di pieghevole elettorale.  Dispiace soprattutto perché non ci si capisce più niente. Ogni giorno sei assediato da sondaggi che dicono tutto o il contrario di tutto. Distacchi che vanno senza batter ciglio dal 2 al 10%, valori percentuali che sguazzano in un range che va dal più al meno 4% (in pratica un abisso di 8 punti), giudizi dati all’imprescia con valutazioni tagliate con l’accetta e senza nemmeno essere sfiorati da un seppur minimo (comprensibile) dubbio. Rimonte, tenute, inabissamenti, rinascite si susseguono virtualmente e si accavallano. Non c’è dubbio peraltro che, se 10 sondaggi presentano dati diversi, spesso radicalmente opposti, qualcosa non funziona. Sugli elettori cade così un diluvio di percentuali, di cui non si capisce il beneficio reale. Se non quello di disorientarli, o di condizionare il loro voto in un senso o nell’altro.

 

Oggi è in voga il sondaggio giornaliero, dove si sottolineano differenze rispetto al precedente anche dello 0,1 - 0,2%: scarti incongrui, poco apprezzabili, se davvero il range delle percentuali balla di 8 punti complessivamente. Che senso ha enfatizzare un meno 0,4%, se il margine di errore è molto più ampio di quel differenziale, e se all’interno del range è il sondaggista a scegliere ogni volta il valore ritenuto più indicativo? L’abitudine al sondaggio giornaliero ci spinge a considerare gli scarti dei partiti e delle coalizioni soltanto rispetto al puro virtuale del precedente sondaggio. Scompaiono i voti reali come termini di riferimento. E poco importa che quella cifra rilevata con le telefonate indichi, ad esempio, un più 5 rispetto a precedenti elezioni (vere), resta il fatto che hai comunque totalizzato uno scarto rispetto ad altre campionature anteriori, e dunque sconti pubblicamente un’ascesa o un declino del tutto ipotetici e forse anche condizionati, in parte, dagli istituti di sondaggio stessi (e dai loro ‘guru’) con i loro giudizi.

 

Che dire. Forse che la democrazia si sta riducendo a marketing, col voto condizionato  da eventi più o meno fortuiti, spesso del tutto estranei alle concrete ragioni del contendere. In questo casino i sondaggi sono la ciliegina sulla torta, o forse l’impalcatura donde si costruiscono fortune elettorali che spesso espropriano gli elettori dalle decisioni reali sulle cose reali. Niente di buono, insomma.

 

Nella foto, un sondaggio scientifico del tipo 'Bingo'

 


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permalink | inviato da L_Antonio il 5/2/2013 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


30 novembre 2012

L'impacchettamento

Strane primarie queste italiane. Non sembrano il confronto tra esponenti dello stesso partito e della stessa comunità politica. Renzi dice ‘loro’. E non si limita a pronunciare un pronome, ma traccia una linea, fissa una demarcazione. Noi e loro. In nessuna comunità, nemmeno nella più litigiosa, si tira una linea così insuperabile tra opposte fazioni. La strategia di Renzi è frontista. Non si limita a esporre una propria posizione o una propria sfumatura. No. Attacca ‘loro’ senza mezze misure. Non fa critiche, ma tira macigni. Ci tiene a smarcarsi. Punta sull’elettorato di non-appartenenza. Vorrebbe trasformare il PD nel più grosso partito di centrodestra italiano. Una specie di OPA, la sua. Verrebbe, di conseguenza, scagliare a sinistra in posizione minoritaria un certo numero di pericolosi socialdemocratici che albergano ancora nel PD. E vorrebbe fare tutto questo divellendo le radici, spiantando il partito, brandendo l’innovazione come fosse una specie di apocalisse finale, un’orda di cavallette. In tanti anni non ho mai visto una cosa del genere. Lo confesso. Nessuno che io conosca dei leader di sinistra ha mai cercato voti nell’elettorato di centrodestra concedendo loro di rimanere tali, nessuno aveva mai offerto il partito in cambio di consenso. Una volta i bacini elettorali erano quasi sacri: si entrava o si usciva da essi. Oggi i confini di questi bacini li si vorrebbe allargare e spostare a piacimento, un po’ come le regole ad personam delle primarie. Questa mania di fondare nuovi partiti, cambiare nome, simbolo, rivitalizzare il marchio, cercare il ‘nuovo’ sotto forma di brand elettorale è la vera antipolitica. Che nasce e prospera nel momento in cui il marketing ha indebolito le idee per promuovere in primo luogo il packaging, l’impacchettamento. Il nuovo è semplicemente il vuoto. La cosa è solo il pacchetto. Non a caso qualcuno ha temuto, la scorsa sera, che Renzi stesse preparando anche lui un bel pacco per gli elettori di centrosinistra, in assoluta continuità con la trasmissione antecedente il confronto faccia a faccia.

 

Nella foto, il centrosinistra renziano


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permalink | inviato da L_Antonio il 30/11/2012 alle 21:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 maggio 2012

Marketing antipolitico

 

Le recenti elezioni per il Senato Accademico di Tor Vergata, almeno dal punto di vista della comunicazione, potrebbero assurgere quasi a caso di studio. Leggo dai giornali che ha vinto Blocco Studentesco, organizzazione di destra. Ma passando con l’automobile da quelle parti in queste settimane di campagna elettorale non ho visto alcun manifesto di Casapound o del ‘Blocco’. Né pare che la campagna elettorale sia stata condotta su basi ideologiche o politiche. Non c’erano simboli di appartenenza, soltanto candidati che hanno promosso campagne di comunicazione quasi goliardiche, neutre, asettiche, apparentemente ingenue. Mi dicono che anche l’approccio con gli studenti è stato molto soft, amicale, quasi goliardico. Come se la politica non ci fosse, non entrasse in gioco. E nemmeno le risorse pubbliche in palio o i poteri del Senato Accademico. “Li conosco, sono amici miei, sono simpatici, ti puoi fidare di loro” erano i messaggi utilizzati per convincere gli studenti a votare per i candidati del Blocco, che come tali non si presentavano, piuttosto apparivano ragazzi qualsiasi e senza un’identità collettiva.

Dicevo che è un possibile caso di studio. Perché stavolta non assistiamo al solito marketing politico che impacchetta candidati e partiti per vendere comunque un bene politico a tutti gli effetti, magari solo un po’ edulcorato. No, stavolta ho come l’impressione che si sia venduta agli studenti una cosa che invece era un’altra. Non marketing politico, ma marketing antipolitico portato all’estremo: faccio politica ma la presento comunicativamente, persino simbolicamente, come non-politica. Impacchetto il prodotto con la carta dei biscotti, ma dentro ci metto una scatola di tonno. Siamo ben oltre l’antipolitica di Grillo, che almeno si riferisce apertamente all’arena politica. Il marketing antipolitico sarebbe invece capace di candidare in Parlamento qualcuno, come se questi dovesse entrarvi ignari o per motivi marginali, secondari, per gioco quasi, celando gli intenti, l’identità, il programma come e non interessassero o fosse meglio celarli. Un packaging dissimulatore, che disorienta, che non ci fa capire che gioco si stia giocando. Temo che il marketing antipolitico possa essere, almeno in parte, la nuova frontiera comunicativa di elettori frastornati e sempre più estranei al gioco. Ecco perché serve la politica, le identità dichiarate, un linguaggio franco, la discussione nel merito. Insomma, l’incarto giusto per la merce corrispondente.


8 novembre 2011

La politica e il formaggino

 

Quando vennero l’89 e il crollo del Muro, moltissimi salutarono con gioia la fine delle ideologie. Nasceva un mondo più libero, senza più gabbie identitarie, senza recinti e senza muri appunto. Dopo oltre venti anni, diamo un attimo un’occhiata al nostro povero Parlamento, e vediamo cosa ne resta. Tanti vasi comunicanti, tanti alambicchi da cui esondano liquidi che si adattano a questo o a quel recipiente, a secondo degli interessi in gioco, delle ambizioni personali, delle mosse dei clan. Poc’altro. È il fenomeno più evidente e più macroscopico. Gran parte della sfiducia verso la politica si ciba di questa pessima rappresentazione che essa da di se stessa. Ovviamente, la maggior parte dei deputati e senatori svolge il proprio lavoro con impegno e alacrità, ma conta poco. Fa più messa in scena lo Scilipoti che il peones dedito all’oscuro lavoro di commissione.

Dunque, siamo più liberi? La politica liberata dalla ‘gabbia’ delle ideologie è migliore? Oppure dopo le idee c’è solo il tornaconto? La cosa certa è che stiamo vivendo una tale confusione identitaria, da cui sono scaturiti innumerevoli partiti personali, che è difficile persino dare di conto delle idee e delle culture in campo. Una specie di nichilismo politico, quale tossico derivato finale di una fase in cui sembra del tutto scomparsa la politica come impresa collettiva, impegno di squadra, azione di partito. Il berlusconismo è, in fondo, artefice ed effetto di questa brutta deriva.

Ovviamente le ideologie non sono morte. Semmai ne prevalgono talune (una fra tutte è quella che parla di fine delle ideologie, ovviamente) corrosive della politica, che privilegiano la mossa individuale, la frammentazione, la polverizzazione sociale, le disuguaglianze, il tornaconto individuale o di gruppo alla solidarietà, al bene comune, all’impegno collettivo, al partito come organizzazione diffusa e partecipativa (il partito ha mille occhi, tu ne hai due, diceva Brecht).

Certo, c’è una crisi dei partiti, delle istituzioni democratiche, dell’impegno sociale, ma ciò non vuol dire che tutto sia accaduto così, innocentemente, e non vi sia invece un nemico dell’impegno collettivo in politica. Antipolitica è il nome per indicare tutto ciò che si contrappone al sistema dei partiti, alla democrazia rappresentativa, alla partecipazione organizzata dei cittadini. Antipolitica è una forma di azione pubblica, un’ideologia a sua volta, che traversa la storia italiana da sempre, per restare ai nostri lidi.

In fondo, all’ideologia si è sostituita una tecnica, quella mediatico-comunicativa, che pretende di trasformare definitivamente la natura della politica. Trenta anni fa nessuno avrebbe mai assegnato a un esperto di marketing il compito di tirare le fila di un partito o del governo. Oggi si. Oggi la politica è un bene di mercato. Magari è pure vero, ma una cosa è affrontare le novità e le innovazioni tenendo fermo il boccino della partecipazione organizzata e collettiva, un’altra è cambiare del tutto registro, pensando che il cittadino sia solo un acquirente e il partito un formaggino qualsiasi. Merce, insomma. Ecco il punto. Il tentativo di Bersani e del PD di tenere ferma la barra della politica come impresa collettiva, in questo senso, fa quasi tenerezza. Ed è un atto di eroismo di cui essere davvero grati.

Nella foto, il Parlamento dopo l'effetto Porcellum


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permalink | inviato da L_Antonio il 8/11/2011 alle 10:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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